Capitolo 4 (credo) o “a cosa servono le riviste in formato ridotto”

Presente
Stella era perennemente seccata e con i nervi a fior di pelle. suonavano alla porta e Stela era seccata, Squillava il telefono e Stella era seccata. Era pronta la cena e Stella era seccata.
L’unico motivo per cui aveva degli amici e i suoi genitori non l’avevano mandata via di casa era la sua grande capacità di mordersi la lingua. Se ne avessero fatto uno sport sarebbe stata la campionessa indiscussa. Ma non era uno sport e lei non si divertiva per niente.
Il gruppo di studio aveva un andamento ben preciso: si cominciava il pomeriggio alle cinque, pausa per la cena che era preceduta da un mega torneo di tennis con la wii (una volta c’era il nintendo 64 ma non ci giocavano assieme perchè non si conoscevano ancora…), dopo cena ci si faceva una fumata e un montenegro e poi ci si rimetteva a studiare. Per la fortuna (o sanità mentale) di Stella, dopo cena studiava solo Gatt: Davide aveva una vecchia penna che gli aveva regalato suo nonno, una stilografica verde smeraldo decorata in oro. Oro. Non fasce di metallo dorate. Quella penna faceva un rumore terribile ogni volta che danzava sul foglio (danzava, si, perchè Davide ha davvero una bella scrittura). Stella non lo sopportava quel rumore ma nemmeno poteva a Davide di non usare quella penna, ci era affezionato. Quindi si mordeva la lingua.
Dopo cena riuscivano a non studiare perchè qualcuno aveva escogitato un piano “imbrogliare” Gatt.
Dopo una settimana di studio alla cazzo a Davide venne un’ idea e la propose agli altri due: fare la parte di studio scritto nel pomeriggio e il resto alla sera dopo cena. Furono subito entrambi d’accordo. A questo punto Davide aveva preso Stella da parte e le disse <così possiamo mettere un qualsiasi libro o rivista nel libro di scuola e fingere di studiare>. <Geniale.> ne convenne Stella. Così scoprirono anche l’utilità delle riviste in formato ridotto.

Passato (le repliche di beatiful)
D.  <Daiiiii…ci sarà qualcosa di te che nessuno sa>.
S:  <Si che c’è, è mezz’ora che te lo dico, ma di certo non lo racconto a uno che si chiama Davide, e che più è ubriaco.>
D:  <Senti chi parla… E tu Alessandro?>
Alessandro lo guardò torvo e continuò a berela sua birra. Per la cronaca: Alessandro è il vero nome di Gatt.

(sono ad un punto morto, quasi quasi mi leggo cime tempestose…) n.d.s.

D:  <Vabbè… Qua hanno tutti voglia di bere e divertirsi ma quando è tempo di pagare il conto se la filano appena possono.>
S:  <EHI!!!! Non attaccare a rompere!!!! Proprio tu che mi porti a bere una birra con quel coso la! ma proprio sta sera?>
D:  <Te l’ho detto, si è presentato da me, mi sembrava brutto mandarlo via così… e poi era un po’ giù…>
S:  <Si… giu…. ti ha detto perchè era un po’ giu?
D:  <Beh.. pfff… ehmm… qualcosa mi ha detto… ma anche te ci sei andata giu pesante.>
S:  <ci sono andata come mi andava di andarci.>
D:  <Si ma non è che puoi fare sempre come ti pare.>
A(G):  <Scusami.>
Fu come una fucilata.
Tutto si sarebbe aspettata fuorchè sentire quella parola. Si sentiva anche l’eco che le girava per la testa. Lettere che rimbalzano sulle pareti del bar.
S:  <Come?>
A:  <Ti sto chiedendo scusa, evidentemente sei ferita per qualcosa che ho fatto, credo anche di sapere cosa. Quindi Scusami.> 

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