pomeriggi pallosi

ho appena deciso unilateralmente che passerò qui il pomeriggio. anche se fisicamente sono a lavorare ho voglia del mio angolino. ma niente. quindi per dispetto resto qua.

non suonate il campanello che tanto non vi apro, e nemmeno mi scomodo a chiedere chi è. passate avanti.

io resto qua a pensare agli affari miei. che in ufficio la gente ascolta la radio, anche due radio, telefoni, parlare campanelli borbottare sbattere uffa.

quindi penso ai cavoli miei. penso alle cose leggere, leggere da vedere, leggere da pensare. l’aria è leggerra, ma a volte non lo è. il vetro è leggero. una pagina è leggera ma le parole sono pesanti. la musica è leggera. no, la musica è pesante. l’heavy metal è pesante, ma a volte è leggero.

la musica è leggera. non si può tenersela addosso per troppo tempo perchè vola via con

le emozioni che sono leggere anche loro. e scappano quando le vuoi stringere e l’unico modo e fare come con le farfalle guardarle e sperare che si avvicinino per vederlo più da vicino. e se non si avvicinano almeno si ha visto quello che si ha visto.

e l’acqua è leggera. che ti bagna e poi scivola. e poi scivola e poi scivola ancora e poi si asciuga. per tenersela addosso bisogna che ti tuffi dentro. o che ci scivoli, e allora scivola ma ne torna subito altra.

e la musica e l’acqua sono uguali e il bottone stop è una pistola e il pausa un silenziatore.

mi manca di andare a pescare. anche se prendere i pesci mi dispiace. poi li libero ma se mangiano l’amo fino in fondo e gli faccio male a toglierlo mi piange il cuore. ho un po’ di pesci sulla coscienza. a me i pesci piacciono.

i pesci nuotano nell’acqua. i pesci nuotano nella musica.

quando andavo a scuola e avevo delle giornate un po’ così prendevo il ciaetto e andavo in quel posto in mezzo ai campi, che forse è anche una proprietà privata, comunque nesuno mi ha mai cacciato via.

non mi piace, no, odio trovare errori di battitura nei libri.

ehi tu, spirito, vorrei vederti ballare sotto il mantello nero della notte.

chiamarlo ka è riduttivo. chiamarlo destino non rende l’idea. chiamarla missione è una stronzato. disegno fa schifo. è straziante non avere la parola giusta. non è vero, è bello. “come ti senti” “non posso spiegartelo, non esiste una parola”. anche se la parola esistesse non renderebbe l’idea.

è anche un’ottima scusa. e un ottimo capro espiatorio. basta che si prenda le colpe, il fatto che le espii è secondario. bah, odiosi concetti medievali. “ESPIA LE TUE COLPE, CHIEDI PERDONO!!!” “non voglio chiedere perdono, non mi interessa, lasciami fare quel che mi pare che non rompo le scatole a nessuno. e poi non sto facendo niente di male”. stupide superstizioni.

la ruota ha fatto il suo giro.

esco sbattendo la porta e non chiudo a chiave, tanto non c’è niente.

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