Le città invisibili – Italo Calvino

Il maestro di karate ci dice sempre che mentre stiamo facendo una tecnica dobbiamo finirla, solo a quel punto pensiamo a quella successiva, la eseguiamo e la finiamo, e via così.
Mentre nelle ultime pagine del libro non dovrei pensare a mille altre cose tra cui – in che punto della libreria metto questo libro quand’è finito? – mi guardo un film dopo o leggo un altro libro? – mi faccio un vago film su trovare un nuovo lavoro – mi ricordo che domani mattina devo fare una telefonata – che libro inizio dopo? questo o quello? questo è sexy l’altro è figo aaaaaaaaarrrrrggggggggg!!!!
Non è per mancanza di interessamento al libro, altrimenti non l’avrei finito. E poi cristo benedetto è Calvino. Un nome una garanzia. no, non ci siamo capiti, Calvino è Calvino, Cristo Benedetto è Cristo Benedetto.
Si, queste città invisibili, sono bellissime. Avete presente quando una sensazione è talmente colma e piena e dirrompente al punto che vi travolge e poi ci ripensate ma non riuscite a calarvici di nuovo dentro perchè non vi ricordate com’era fatta? perchè era troppo piena, troppo grande per essere capita, l’unica cosa da fare era lasciarsi trascinare; perchè non si poteva capire com’era fatta, altrimenti si perde il senso.
Ecco, in queste città invisibili ci sono queste cose, un po’ smontate, un po’ organizzate, un po’ di qua e un po’ di la, ma si è avvicinato parecchio a quella cosa scritta qua sopra.

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