Cosa senza un titolo.

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CAPITOLO UNO

la gatta si avvicinò furtiva alla caviglia del suo padrone. si era addormentato un’altra volta sulla scrivania nel vano tentativo di studiare. era così ad ogni primavera, appena l’aria cominciava a riscaldarsi non riusciva mai a vedere le uncidi di sera. studiare o non studiare, esame o no, alle undici ZACC, stava gia dormendo.
la gatta a volte se ne accorgeva e allora si avvicinava piano, dava qualche annusata in giro, girava tra le gambe della sedia. poi quando le andava a genio balzava sopra la scrivania e leccava le dita del ragazzo.
lui si svegliava un po’, vedeva la sua gatta ed era felice, finalmente qualcuno con cui poter comunicare senza usare le parole, pensava, intanto la accarezzava un po’ e si alzava quasi subito per stendersi a letto, in modo da evitare di addormentarsi di nuovo sopra la scrivania.
il letto era comodo e fresco, un ottimo luogo in cui affondare ogni male. la gatta lo guardava dal pavimento con uno sguardo interrogativo, come a chiedrgli se poteva salire sul suo letto. lui gli rispondeva. gli diceva “no mi dispiace, ma queso serve a me, per annegare l’angoscia delle mie giornate, dovrai trovarti un altro posto.” a queste parole si sentiva come uno sceriffo dei vecchi western quando becca un bandito nel posto sbagliato … <ehi. questo e il MIO saloon. trovatene un altro se devi proprio combinare casini>. lo pensava ogni volta, e ogni volta sorrideva mentre si comfrontava con il suo sceriffo immaginario. pigiama azzurrino svampito contro jeans logori e camicia. scalzo e con i piedi pallidi contro un paio di stivali che hanno camminato per mille miglia e altre mille e più ne faranno. per non parlare della pistola e del cappello. la stella era solo il simbolo del suo lavoro, per lui non significava molto.
a questo punto i suo pensieri tornavano alla realtà e sentiva il cigolio della porta che si apriva leggermente mentre la gatta usciva.
ma quella sera la porta non fece alcun rumore.

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CAPITOLO DUE

<che ore sono?>
<le nove.>
<cavolo.>
<che hai.>
<ho che ci tocca stare qua a far finta di studiare finchè non si addormenta.>
<non manca poi molto, inoltre sta sera fa particolarmente caldo, potrebbe anche crollare prima del solito.>
<io non ci conterei… comunque, che stai leggendo?>
tre cose erano certe quella sera:
uno, Gatt si sarebbe addormentato entro le undici.
due, entro le undici Davide e Stella saranno alla festa.
tre, Davide e Stella NON stavano studiando marketing.
<ritratto in seppia.>
<robe da donne…>
<ah. e tu che leggi?>
<marketing? no, leggo un giallo.>
<sempre meglio del topolino dell’altra sera…sst sta tornando.>
ovviamente questo scambio di letture se lo poterono permettere solo perchè Gatt era uscito a portar via la spazzatura, che nel gergo delle persone semplici poteva essere tradotto con “andare al bagno”.Gatt era un bravo ragazzo, non dava fastidio a nessuno, a vederlo a prima vista nessuno direbbe che potesse farsi degli amici invece stupì un po’ di persone. aveva la capacità innata di riuscire a suscitare l’interesse negli altri, non necessariamente interesse verso se stesso, soprattutto sulle cose che lo appassionavano. che lo appassionavano molto.
lo sapeva bene Davide questo, le cose che appassionavano molto Gatt era fondamentalmente due: la sua gatta e la scuola. per quel motivo loro tre si trovavano nel soggiorno di Gatt quella sera. quel venerdì sera. quel venerdì sera c’era anche una festa e lo sapevano tutti e tre. non si sa come, lui e stella si erano fatti convincera a studiare assieme quel venerdì sera in vista dell’esame di lunedì, olretutto facevano parte di un gruppo di studi di cui erano gli unici componenti.
per quanto riguarda la gatta viveva quasi in simbiosi con Gatt, per questo lo avevano soprannominato così. Un giorno Gatt raccontò a Davide che la sua gatta lo svegliava quando si addormentava sopra la scrivania. ma non per sbaglio, tipo cadendogli addosso, le sue parole furono testualmente “quando mi addormento sopra la scivania la gatta dopo un po’ mi viene a svegliare” lo disse come se fosse stata sua madre a farlo. quello stesso pomeriggio Davide lo disse a Stella, il suo commento fu <mia madre fa irruzione nella mia camera, spalanca la porta e le sue ciabatte rimbombano ovunque, come se stesse pestando apposta i piedi per terra, e non soddisfatta alza la persiana, con forza, per fare più rumore, e spalanca la finestra, anche d’inverno. poi se ne va furtiva. fa così anche la gatta?> Davide ci pensò un attimo su poi scoppiò a ridere. <non c’è niente da ridere.> gli disse seccata Stella <mi ci sono voluti anni a toglierle questo vizio>.

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CAPITOLO TRE, Stella

<Vaffanculo!>
<Ma…>
<No. Taci!>
<Lasciami spiegare.>
<non potevi dire niente di più banale? Stai zitto che almeno fai bella figura.>
<Ma che cazzo…>
<No, ma che cazzo lo dico io. Sono a casa mia e decido io chi parla e quando parla. E tu ora stai zitto.>
<…>
<Bene. Ora vattene e vedi di non starmi mai tra i piedi.>Questa discussione tra Stella e Gatt c’è stata la seconda volta che Stella e Gatt si sono incontrati.
La prima volta che si sono incontrati lui le ha chiesto di uscire e lei gli ha risposto di si. Quindi questa discussione si è svolta durante il loro primo appuntamento, anzi, questa discussione E’ STATA il loro appuntamento. Tutto per colpa di quel delinquente di Sam (samuele?) che si va a vantare delle sue conquiste con i nuovi arrivati: “quella è Claudia, stiamo assieme da due mesi”. <Ma se ieri siamo usciti e mi ha detto che non stava con nessuno> rispose Gatt.
Stella che era in agguato dietro l’angolo (e aveva un’idea tutta sua di come funzionane certe cose) ovviamente sentì tutto “l’altro ieri mi chiede di uscire e ieri è uscito con Claudia?! ma guarda che gente…” all’inizio pensò di prenderlo a sberle all’istante, poi pensò che sarebbe stato più divertente in mutantde un venerdì sera. Nella sua mente un po’ bizzarra conparvero nitide le immagini di quello che sarebbe successo…
1. Lui arriva e impreca per il parcheggio scomodo
2. Suona. E se ne frega di un eventuale mini-conversazione con i genitori della dama.
3. La porta si apre e
<Vaffanculo!>

Questo fu il grande rapporto tra Stella e Gatt. cominciato mercoledì e finito venerdì sera. Tempo passato uno in presenza dell’altra: tre minuti e ventisette secondi.
Ad oggi la questione ci lasci due misteri irrisolti: uno, perchè un menefreghista come Gatt si interessa tanto ad una persona che arriva addirittura a chiederle un appuntamento? Due, com’è che Stella e Gatt sono diventati amici?
Al primo mistero non si potrà mai MAI dare una spiegazione. E’ impossibile.
Per il secondo mistero c’è Davide.

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CAPITOLO QUATTRO, Davide

A Davide piaccevano… no, così non finiremo mai.
A Davide NON piacevano due cose. La carta igenica economica e passare il tempo libero a casa a grattarsi.
Davide è una macchina da festa, per dio!
Stava misurando la sua camera a spanne per la sedicesima volta quando squillò il telefono.
<Pronto> <Sono io> <Allora?> <Niente> <COME NIENTE?!?!> <Eh, niente. che centro io? saranno tutti dalla nonna. Ci vediamo> <Ciao>
“un venerdì sera e neanche una festa, il mondo sta proprio andando a rotoli…”
Prese il telefono e compose un numero. dall’altra parte del cavo rispose una ragazza:
<Pronto> come al solito era seccata. era sempre seccata quando rispondeva al telefono.
<Sono Davide. vieni a berti una birra?>
<Una? anche 7. ovviamente guidi tu, e vedi di muoverti, ho uno stronzo da annegare.>

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CAPITOLO CINQUE o “a cosa servono le riviste in formato ridotto”.

Presente
Stella era perennemente seccata e con i nervi a fior di pelle. suonavano alla porta e Stela era seccata, Squillava il telefono e Stella era seccata. Era pronta la cena e Stella era seccata.
L’unico motivo per cui aveva degli amici e i suoi genitori non l’avevano mandata via di casa era la sua grande capacità di mordersi la lingua. Se ne avessero fatto uno sport sarebbe stata la campionessa indiscussa. Ma non era uno sport e lei non si divertiva per niente.
Il gruppo di studio aveva un andamento ben preciso: si cominciava il pomeriggio alle cinque, pausa per la cena che era preceduta da un mega torneo di tennis con la wii (una volta c’era il nintendo 64 ma non ci giocavano assieme perchè non si conoscevano ancora…), dopo cena ci si faceva una fumata e un montenegro e poi ci si rimetteva a studiare. Per la fortuna (o sanità mentale) di Stella, dopo cena studiava solo Gatt: Davide aveva una vecchia penna che gli aveva regalato suo nonno, una stilografica verde smeraldo decorata in oro. Oro. Non fasce di metallo dorate. Quella penna faceva un rumore terribile ogni volta che danzava sul foglio (danzava, si, perchè Davide ha davvero una bella scrittura). Stella non lo sopportava quel rumore ma nemmeno poteva a Davide di non usare quella penna, ci era affezionato. Quindi si mordeva la lingua.
Dopo cena riuscivano a non studiare perchè qualcuno aveva escogitato un piano “imbrogliare” Gatt.
Dopo una settimana di studio alla cazzo a Davide venne un’ idea e la propose agli altri due: fare la parte di studio scritto nel pomeriggio e il resto alla sera dopo cena. Furono subito entrambi d’accordo. A questo punto Davide aveva preso Stella da parte e le disse <così possiamo mettere un qualsiasi libro o rivista nel libro di scuola e fingere di studiare>. <Geniale.> ne convenne Stella. Così scoprirono anche l’utilità delle riviste in formato ridotto.Passato (le repliche di beatiful)
D.  <Daiiiii…ci sarà qualcosa di te che nessuno sa>.
S:  <Si che c’è, è mezz’ora che te lo dico, ma di certo non lo racconto a uno che si chiama Davide, e che più è ubriaco.>
D:  <Senti chi parla… E tu Alessandro?>
Alessandro lo guardò torvo e continuò a berela sua birra. Per la cronaca: Alessandro è il vero nome di Gatt.

(sono ad un punto morto, quasi quasi mi leggo cime tempestose…) n.d.s.

D:  <Vabbè… Qua hanno tutti voglia di bere e divertirsi ma quando è tempo di pagare il conto se la filano appena possono.>
S:  <EHI!!!! Non attaccare a rompere!!!! Proprio tu che mi porti a bere una birra con quel coso la! ma proprio sta sera?>
D:  <Te l’ho detto, si è presentato da me, mi sembrava brutto mandarlo via così… e poi era un po’ giù…>
S:  <Si… giu…. ti ha detto perchè era un po’ giu?
D:  <Beh.. pfff… ehmm… qualcosa mi ha detto… ma anche te ci sei andata giu pesante.>
S:  <ci sono andata come mi andava di andarci.>
D:  <Si ma non è che puoi fare sempre come ti pare.>
A(G):  <Scusami.>
Fu come una fucilata.
Tutto si sarebbe aspettata fuorchè sentire quella parola. Si sentiva anche l’eco che le girava per la testa. Lettere che rimbalzano sulle pareti del bar.
S:  <Come?>
A:  <Ti sto chiedendo scusa, evidentemente sei ferita per qualcosa che ho fatto, credo anche di sapere cosa. Quindi Scusami.>

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